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La comunicazione medico-paziente anziano

L’interesse per la comunicazione medico/paziente nasce con la medicina stessa: Tito Lucrezio Caro nel suo “De Rerum Natura” invitava ad alleviare le sofferenze di un malato attraverso un contatto comunicativo interpersonale.
Ai primordi della medicina, con la quasi totale assenza di tecniche valide di intervento, il rapporto medico/paziente rappresentava la parte principale della medicina stessa; negli ultimi decenni, con il progresso della ricerca in ambito psicologico, con la scoperta di alcuni meccanismi che consentono di accorciare le distanze tra “soma” e “psiche”, l’attenzione sul rapporto medico/paziente si è notevolmente ravvivata. Attualmente il mondo scientifico considera la comunicazione tra il paziente ed il proprio medico un elemento fondamentale ai fini della salute e di una buona qualità di vita.
Secondo Karl Jaspers il “medico” deve essere portatore “di conoscenza scientifica e abilità tecniche, nonché di ethos umanitario”, cosa non facile da ottenere nella stessa persona, dal momento che la cultura e le abilità apprese dal FUTURO medico derivano da una visione di medicina come un insieme di discipline che hanno lo scopo di intervenire su un organismo. Secondo tale concetto il malato è considerato come un individuo affetto da una malattia, intesa come l’effetto di una causa “oggettiva” sulla quale si può e si deve intervenire con gli strumenti del sapere e delle tecniche mediche. Pur essendo tuttora frequente imbattersi in medici che curano le malattie senza curarsi dei malati, il progresso delle scienze consente al medico di avere gli strumenti per recuperare la soggettività della malattia.
Chi è il “paziente anziano”? La definizione è difficile: la condizione di “paziente” si sta progressivamente evolvendo nel contesto attuale, riconoscendo a chi si rivolge al medico una serie di giusti diritti (tra cui una corretta informazione) ma imponendo al tempo stesso una sempre più complessa e delegata scelta delle terapie; la stessa condizione di “anziano” è sempre più mutata nel tempo passando da una condizione di portatore di saggezza e tradizione ad una di essere socialmente improduttivo ma non per questo senza alcun diritto al benessere e ad un’elevata qualità di vita. L’invecchiamento è un fatto dinamico, evolutivo: non è più visto come un’ultima spiaggia ma, grazie ai progressi medici, consente all’anziano di essere sempre più partecipe agli eventi e alla cultura della società in cui vive, interagendo attivamente con la stessa. Nonostante questa visione progressista, ancora oggi alla definizione di “anziano” vengono associate definizioni di negatività che devono essere ben gestite dal medico attraverso un’integrazione delle varie componenti dell’individuo per non ridurre le sindromi “organiche” a mera pertinenza clinico-farmacologica e per evitare una compromissione della salute e del benessere dei pazienti.
Secondo lo studioso Balint, padre di tutti gli studi contemporanei sui rapporti medico-paziente, il farmaco più prescritto e maggiormente importante è il medico stesso; tale concetto esprime che in ogni tipo di terapia il rapporto tra medico e paziente gioca un ruolo determinante nell’instaurare quel quid di fiducia dal quale dipende il buon andamento delle terapie, come una corretta aderenza alla terapia, una corretta esecuzione delle prescrizioni, nonché elementi più profondi come il rispetto dei ritmi e dei valori del paziente da cui ottenere quel rapporto di confidenza necessario per un’efficace cooperazione verso il benessere e la guarigione.
Il medico si trova ad affrontare vari elementi di ostacolo, primo tra tutti le difficoltà comunicative dell’anziano, a causa di rigidità e carenze linguistiche che ne impoveriscono la capacità di esporre le problematiche; per tale motivo vengono utilizzati canali comunicativi meno convenzionali, come quello analogico (basato sull’utilizzo di segni o codici legati da elementi di similitudine agli oggetti o ai concetti che si vogliono rappresentare) che possono minare la fiducia del medico nella medicina che sta esercitando.
Guarigione e benessere sono la meta di ogni intervento medico, terapeutico o preventivo che sia. Perché una relazione sia produttiva, devono essere ben definiti gli obiettivi e chiari i vantaggi e i costi necessari al loro raggiungimento; per tale motivo si ricorre spesso a concetti familiari alla psicologia come “stimolo”, “risposta”, “rinforzo” intendendo per stimolo il messaggio fornito al soggetto, per risposta il comportamento del soggetto e per rinforzo qualsiasi elemento motivazionale del soggetto verso quel determinato comportamento. Gli obiettivi sono costituiti dall’aderire ad un certo tipo di terapia che consentirà al paziente di stare meglio nell’immediato futuro (tale consiglio costituisce un primo rinforzo) e di raggiungere una buona qualità di vita, mantenendola il più a lungo possibile (secondo rinforzo, dilazionato nel tempo).
Spesso tuttavia i pazienti sono poco complianti, non seguono le prescrizioni mediche. Come mai? E’ difficile rispondere in maniera esaustiva a questa domanda, ma alcune ipotesi possono aiutarci a fare maggiore luce sul problema.
– Non è creduto il rinforzo (la promessa): ciò può accadere per una netta prevalenza della valutazione strumentale della patologia sulla valutazione della qualità di vita del paziente: questo provoca un’impostazione di terapie perfette sotto il profilo dell’organo preso di mira, ma il cui impatto sul benessere del soggetto è globalmente negativo. Non bisogna meravigliarsi se poi il paziente, scoraggiato dai risultati, si ritaglia una terapia tutta sua, magari basata sui consigli di conoscenti o del parente che ha, o crede di aver avuto, problemi simili. La cosa peggiora quanto più il medico si ostina a pretendere il rispetto delle proprie prescrizioni, cioè un comportamento conforme ai propri schemi teorici di riferimento, senza capire le ragioni di chi, dovendo seguire scrupolosamente terapie “fastidiose”, non ne ottiene vantaggi: si giunge all’inganno del paziente nei confronti del medico, facendogli credere di seguire terapie che in realtà non segue affatto;
– Non viene compreso il compito, specie il perché la terapia deve essere seguita proprio in quel modo. Ciò capita perché medico e paziente “parlano due lingue diverse” o perché medico e paziente non “hanno fiducia” l’uno dell’altro. Solo una comunicazione profonda, sia tecnicamente preparata, sia giocata sul piano personale può facilitare un percorso comune mirato al raggiungimento della guarigione e del benessere che sono il frutto di una cooperazione che attraverso una comunicazione corretta, conduce la relazione medico/paziente prima a definire poi a perseguire vantaggiosamente uno scopo condiviso.
Esistono vari atteggiamenti assunti dal medico nel rapporto con il paziente anziano:
*modello paternalistico in cui è il medico a definire gli scopi del rapporto senza tenere conto delle intenzioni del paziente;
*modello informativo in cui il paziente stabilisce gli obiettivi deresponsabilizzando il medico;
*modello interpretativo in cui obiettivi e percorso sono definiti di comune accordo e la responsabilità è condivisa;
*modello deliberativo in cui medico e paziente cercano di comprendere il significato della malattia.
Da recenti indagini, condotte attraverso l’uso di questionari/interviste sottoposti all’attenzione un limitato numero di soggetti, è emersa una significativa concordanza tra medici e pazienti (oltre il 60% in entrambi i campioni) circa il fatto che la comunicazione sia soddisfacente. In attesa di un più grande e meglio distribuito numero di soggetti e di risposte, non si può che rallegrarsi del buon livello di comunicazione raggiunto e dell’atteggiamento positivo nei confronti dei pazienti anziani.
Emerge anche, e con forza (l’84% dei medici alla domanda “Come potrebbe essere migliorato il livello di comunicazione con i pazienti?”, risponde “Con una maggiore disponibilità!”) la necessità di trovare maggiori spazi per la comunicazione, ritenuta dalla grande maggioranza di medici e pazienti elemento fondamentale.
E’ evidente che una cooperazione è tanto più realizzabile quanto più coinvolge entrambi i protagonisti per il perseguimento e il conseguimento di un obiettivo comune: LA SALUTE.

Dott. Pietro Falco
Specialista in Ematologia Clinica
Master in Terapia del Dolore
Master in Ecografia Clinica

Co-responsabile Centro Trombosi F.C.S.A. “Centro Medical Pontino” di Latina
Specialista Ematologo Ospedale Israelitico di Roma.
Specialista Ematologo Poliambulatorio “Fisiomed” di Priverno (LT)
Referente S.I.S.E.T. (Società Italiana Studio Emostasi e Trombosi) Regione Lazio

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